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I racconti della maturita'
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Čehov, Anton Pavlovič <1860-1904> - Čehov, Anton Pavlovič <1860-1904>

I racconti della maturita'

Milano : Feltrinelli, 2007

Abstract: Li ho riletti, questi sei racconti, tutti d'un fiato. Con un unica preoccupazione: capire se e quanto sono invecchiati, se e quanto i cento e passa anni che ci separano da loro hanno lasciato traccia. Che sollievo. Nessuna traccia. E che rinnovata consonanza, che piacere, che felicità nella lettura. Cent'anni? Andiamo! Sono storie di oggi, aggiustate certe situazioni, che tutti viviamo in prima persona, che ci sentiamo raccontare, che osserviamo intorno a noi. Mogli, mariti, amanti, padri, madri, figli, figlie: siamo noi, niente è cambiato. Mi sono anche chiesto il perché di questa inesauribile modernità di Cechov. Forse una ragione me l'ha data Orhan Pamuk nel suo recente discorso per il Nobel: 'Un autore parla di cose che tutti sanno senza averne consapevolezza. Esplorare questo sapere e vederlo crescere dà al lettore il piacere di visitare un mondo al contempo familiare e miracoloso'. In fondo anche Gor'kij diceva la stessa cosa di Cechov: 'Non dice nulla di nuovo, ma ciò che dice è così convincente, semplice, chiaro, da far paura'. (dall'Introduzione di Fausto Malcovati)

Moderators: Valentina Tosi

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Questi racconti con ogni probabilità sono stati scritti verso la fine della vita di Cechov che morì a soli 44 anni in conseguenza di una tubercolosi che lo divorava da tempo e a cui invano cercò di sfuggire spostandosi di continuo in località più salubri. In ogni caso di tratta di prose che risalgono a ben oltre un secolo fa e quindi ci sarebbe da attendersi uno stile un po’ stucchevole, non disgiunto da una certa grevità tipica di quasi tutti gli autori russi. Invece, per fortuna, e ne guadagna così parecchio il piacere della lettura, lo stile è snello, tutto sommato semplice senza essere elementare, accompagnato da una tipicità di Cechov che, oltre all’indubbia dote di saper sondare l’animo umano, inserisce sempre un rapporto con la natura che va ben oltre lo sfondo in cui si svolge la trama, ne è parte essenziale, con una vena poetica che, senza sfociare nel lirismo, dona un tocco di grazia.
Il volume riporta sei racconti, con un unico fil rouge che li accomuna, vale a dire il rapporto di coppia, tutte storie di amori che durano quanto un amen, di legami che da affetti si tramutano in obblighi, e in quanto tali destinati a essere osteggiati con il piacere del tradimento. Nel mondo di Cechov non c’è spazio per vicende in cui uomini e donne riescano a conciliare una passione iniziale con un affettuoso legame successivo, anzi poco a poco si instaura una incomunicabilità che porta ognuno per la sua strada. E’ questo il caso del professor Kovrin, in preda a un delirio allucinatorio che lo porta a vedere un misterioso monaco nero, così come appare già segnato il matrimonio fra un infatuato Laptev e Julija, che non lo ama. E’ l’impossibilità di essere omologato alla società di Misail che incrina la sua unione con Masa, e senza speranza è la relazione extraconiugale di Alechin con Anna, per non parlare dell’avventura, una delle tante, di Gurov, un’avventura che non si spegnerà in una semplice relazione. E infine c’è l’ultimo, il più bello, con Nadja, figlia di una famiglia borghese della provincia, che rinuncia all’imminente matrimonio per avere una vita sua, grazie ai consigli di un caro amico minato in modo irrimediabile dalla tubercolosi ormai all’ultimo stadio.
Per lo più si tratta di racconti venati dall’amarezza, dall’impossibilità, che sembra connaturata, di vivere compiutamente in due, una visione, quella della incomunicabilità, a cui tanto concorre il tessuto sociale di un’epoca e che precorre autori della metà del ‘900, una prova di grande maturità artistica.

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