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Perché ci sono in elenco dei dvd di film recenti non prenotabili oppure prenotabili da fine 2016 o dal 2017addirittura.....mi sembra assurdo oltre al fatto che non ci trovo il senso. GRAZIE Anna Maria Medole
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Bello questo sito... un po fastidioso durante la prenotazione di libri o dvd .... Comunque bello ☺☺
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Ultime recensioni inserite
Il dubbio delle signorine Devoto, ovvero Come spennare le oche senza farle gridare - Renzo Bistolfi
Quando un narratore si accorge che un personaggio da lui creato incontra i favori del pubblico è del tutto logico che continui a scrivere romanzi con quel protagonista. E’ anche questo il caso di Renzo Bistolfi che ha indovinato le figure di tre sorelle zitelle piuttosto avanti con gli anni e che presentano la caratteristica di essere ognuna complementare delle altre. Però se Siria, Santa e Mariannin Devoto sono personaggi azzeccati, non sono da meno i comprimari e l’ambiente in cui si svolgono le vicende, per non parlare dell’epoca, fine anni ‘50 inizi anni ‘60, che così lontana oggi sembra assumere quasi le caratteristiche di un periodo mitico, del passaggio fra un’Italia in corso di rinascita dopo la fine di una guerra disastrosa e l’affacciarsi sulla scena di una nuova generazione, talmente diversa dalla precedente al punto di pensare di trovarsi in un paese differente.
Così i romanzi gialli di Bistolfi, scritti con una giusta dose di ironia, diventano, oltre che la testimonianza di un’epoca lontana, anche un interessante e piacevole passatempo; si legge senza che sia necessario spremere le meningi più di tanto in una trama dove sì ha importanza trovare il colpevole di un reato, ma in cui i personaggi e l’ambiente hanno il peso più rilevante.
In Il dubbio delle signorine Devoto si parte dall’omicidio di una non giovane infermiera che integra le sue finanze con qualche prestazione sessuale e il cui colpevole a tutti gli effetti sembrerebbe essere il consorte ubriacone, per di più reo confesso, per arrivare, con metodo, a una soluzione che in partenza era inaspettata, ma che poi, con il progredire della narrazione, acquista consistenza.
Entra in gioco l’indagine delle signorine Devoto che in pratica finiscono per consegnare nelle mani dei carabinieri il colpevole, la cui identità non giunge del tutto inaspettata. Come al solito, però, il libro non si apprezza tanto per la trama gialla quanto invece per i personaggi che vi si affacciano con in primis, ovviamente, le sorelle Devoto che sembra di vedere a spasso con i loro cappellini fuori moda e le borsette di marca, anche se un po’ consumate, tre care arzille vecchiette che non possono che destare simpatia.
E poi c’è tutta vita di un quartiere, della via Privata Vassallo a Sestri Ponente, un microcosmo che sembra esistere a se stante, in cui il tempo pare essersi fermato, e forse è questo il desiderio dell’autore e cioè ritagliarsi un angolo di un mondo che è stato e che mai più ritornerà.
Da leggere, senz’altro.
Bongiovanni - da Giannetto Bongiovanni
Giannetto Bongiovanni, padano d.o.c. e non solo per essere nato a Dosolo, paese che sorge in fregio al grande fiume, ma soprattutto per l’influsso che il Po ha esercitato su di lui, che tanto ne ha parlato fra le tante cose che ha scritto. Personaggio indubbiamente originale, giornalista di professione, ma letterato e storico per passione, ha lasciato sicuramente di sé una notevole impressione al punto che a una cinquantina di anni dalla sua morte l’Associazionee Amici della Biblioteca di Dosolo ha inteso ricordarlo proponendo in questo volume alcuni degli scritti a suo tempo pubblicati fra il 1922 e il 1958, con tematiche che vertono tutte sul grande fiume. Ci sono racconti veri e propri, fra i quali mi permetto di evidenziare per la sua particolare bellezza Il posto a tavola e anche articoli di diverso argomento, per quanto sempre ricollegabili al Po.
Non si può non apprezzare lo stile sobrio, mai ridondante, privo di retorica che rende questi lavori di piacevole istruttiva lettura, ad uso e consumo non solo delle popolazioni rivierasche del grande fiume, ma anche di altre zone, perché per lo più si tratta di scritti di sicuro interesse. Ho apprezzato molto quello intitolato Mantova itinerari gastronomici, con tante curiosità che non potranno che soddisfare anche gli abitanti della mia provincia, come per esempio la tradizione del al bevr in vin, vale a dire la mneistra, meglio se con tagliatelle, con il vino, vino vecchio di bottiglia, oppure quella dei tortelli di zucca rigorosamente alla vigilia del Natale. E che dire poi dello sfruttamento industriale del fiume, con le draghe che estraggono una sabbia finissima di qualità superiore per le finiture in edilizia. Né poteva mancare un articolo dedicato a Dosolo, al paese natio, che non sarà forse una bellezza, ma che resta sempre nel cuore per chi vi si è affacciato alla vita.
Prima ho detto che ci sono elementi che possono interessare anche gente che non risiede nella provincia di Mantova; purtroppo, però, è ben difficile che possano prenderne visione, perché il volume, realizzato con il patrocinio dei comuni di Dosolo e di Brescello e con la collaborazione della Fondazione Paese di Don Camillo e Peppone, Comune di Guastalla, Camera di Commercio di Mantova, Carlo Bottoli, Gabriele e Cristina Gabrieli non è entrato nel comune circuito di vendite, trattandosi di un’opera diversa da un qualsiasi saggio, bensì di una pur valida pubblicazione commemorativa.
E’ possibile invece reperirlo presso le biblioteche di Dosolo, la Luigi Parazzi di Viadana e sempre a Viadana presso la Società Storica Viadanese, e questa limitazione è un vero peccato, perché il lavoro merita, ma soprattutto consente di avere una conferma delle qualità letterarie del Bongiovanni che ricordo autore di un saggio storico particolarmente riuscito su Isabella d’Este, una biografia indimenticabile.
L'eroe di Trafalgar - di Bernard Cornwell
In genere amo leggere libri piuttosto impegnativi, con lo scopo di arricchire la mia cultura, ma ogni tanto sento la necessità di svagarmi, di accostarmi a romanzi che non richiedano sforzi particolari per l’apprendimento, e al riguardo ci sono autori che ritengo idonei allo scopo. Fra questi figura Bernard Cornwell, narratore inglese prolifico, autore di serie di successo, fra le quali c’è Le avventure di Richard Sharpe, articolata fino a ora in ben 26 romanzi fra i quali è giunto per me ora il turno di L’eroe di Trafalgar. Sharpe è un personaggio che mi piace, ma mi attrae anche la celebre battaglia sul mare fra la flotta inglese e quelle alleate francesi e spagnole, conclusasi come noto con la vittoria della prima, però con la morte del suo comandante supremo Orazio Nelson.
Qui il protagonista, Richard Sharpe, è un sottotenente di fanteria, promosso a questo rango per aver salvato in battaglia un generale; è un uomo del popolo, ben poco istruito, senza famiglia, tanto più che era un trovatello, e che in guerra riesce a dare il meglio di sé. Nel romanzo lo vediamo partire dall’India per tornare in Inghilterra, in un viaggio che più avventuroso di così è difficile trovare, visto che ne succedono di tutti i colori nella lunga traversata che si conclude nel libro con la celebre battaglia di Trafalgar dove Richard Sharpe dimostra ancora una volta tutto il suo valore di guerriero. Sull’abilità di narratore di Bernard Cornwell c’è poco da dire, perché ancora una volta l’autore si dimostra abile nel confezionare trame avventurose, con descrizioni di battaglie che si materializzano davanti agli occhi del lettore come in una pellicola cinematografica; il ritmo poi è incalzante e i personaggi sono ben delineati. Troviamo infatti, oltre al nostro eroe, un comandante di marina che gli è amico, una bella signora con cui avvierà una relazione mettendola incinta, con il marito di lei che è un insulso aristocratico che guarda tutti dall’alto in basso e che ha un segretario che sinceramente è talmente odioso che non si può che desiderarne la morte; poi ci sono delle figure minori, più spalle che comparse, che animano con la loro presenza la scena, come alcuni marinai, ufficiali di marina inglesi, fra i quali Nelson, e addirittura il comandante di una nave da battaglia nemica.
Certo i caratteri sono appena abbozzati, nel senso che non si va in profondità, ma del resto questo rimanere in superficie, unito al fatto che queste figure, come i protagonisti principali, sono solo buone, oppure cattive, è compensato dallo sviluppo della vicenda senz’altro assai interessante e avvincente.
Si tratta di una lettura abbastanza veloce, nonostante le 425 pagine, e talmente appagante da meritare di essere consigliata.
Il coraggio della signora maestra, ovvero Storia partigiana di ordinario eroismo - Renzo Bistolfi
Dato che è già il terzo romanzo che leggo scritto da questo autore credo proprio che sia uno di quelli capaci di fidelizzare i propri lettori e raggiunge questo risultato con facilità e semplicità, grazie a un’attenta caratterizzazione dei protagonisti e a una notevole capacità di ricreare atmosfere di un passato, il tutto con uno stile sobrio, non ridondante, accompagnato da una stretta coerenza con i fatti nel tessere la trama gialla.
Anche questo che ho appena ultimato di leggere, Il coraggio della signora maestra, non sfugge alle regole che ho prima delineato, con una vicenda che si alterna fra il 1944 e il 1961, flashback ricorrenti, ma mai fastidiosi o dispersivi, strettamente correlati fra loro, non una riga di troppo, né una riga di meno. Il periodo in cui ha inizio la storia è quello della seconda guerra mondiale, nel secondo anno dell’occupazione tedesca e si svolge soprattutto in Piemonte nell’ambito del fenomeno resistenziale. C’è una giovane e bella maestra partigiana che sventa un terribile attentato dei tedeschi e c’è una spia, responsabile di tanti lutti. Questa riuscirà a sfuggire alla giusta punizione dei patrioti, rifacendosi una vita rispettabile sotto altra nome, ma verrà scoperta, grazie alla signora maestra e alla collaborazione decisiva delle tre sorelle Devoto, che sono ormai dei personaggi fissi nei romanzi di Renzo Bistolfi. In questa vicenda si innesta anche quella del marito della maestra e di alcuni suoi colleghi di lavoro, presi come capri espiatori insieme ad altri dallo stabilimento in cui lavorano a Genova, messi su un treno merci con i vagoni piombati e con destinazione un campo di concentramento, quello di Mauthausen in Austria; dopo non poche peripezie, riusciranno a fuggire lungo il percorso e a ritornare vicino a casa, ma in località più sicure.
Questa volta, oltre ai consueti elementi positivi, di cui più volte ho accennato, c’è una trama gialla molto ben azzeccata e una capacità non da poco di ricorrere nella narrazione, sebbene in modo alternato, a epoche diverse.
E’ inutile che aggiunga che Il coraggio della signora maestra mi è piaciuto molto e che, oltre a trascorrere piacevolmente alcune ore, mi ha indotto a delle costruttive riflessioni sull’incapacità di sfuggire al proprio destino, nonostante si sia data una svolta diversa alla propria vita.
Tappe della disfatta - Fritz Weber
La prima guerra mondiale vide direttamente impegnati, l'uno contro l'altro, il Regno d'Italia e l'Impero d'Austria, quest'ultimo anche pesantemente coinvolto nel conflitto con la Russia zarista.
C'è un'abbondante storiografia italiana riguardante quella che fu chiamata "La Grande Guerra" , pubblicazioni di abbastanza facile reperibilità nelle librerie; meno facile è trovare qualche opera della parte avversa, degli sconfitti, e in tal senso c'è da ringraziare la Casa Editrice Mursia che ha dato alle stampe tre volumetti di Fritz Weber, di cui uno oggetto della presente disamina.
Il valore di "Tappe della disfatta" sta soprattutto nel fatto che il suo autore racconta la sua esperienza diretta in questo immane conflitto; tenente di artiglieria, operò su tutti i settori del fronte: dagli Altipiani di Folgaria e di Lavarone a quelli dell'Isonzo, dal Pasubio a Caporetto, fino all'ultima fallita offensiva sul Piave.
Lo stile, sobrio, ma avvincente, fa rivivere nel lettore grandi eventi e la vita di ogni giorno di questi nostri nemici che certamente penavano al pari de nostri soldati, verso i quali l'autore ha parole da avversario, da contendente equilibrato, mettendo in luce le pecche, che non erano poche, dei nostri alti comandi, ma evidenziando un rispetto profondo per noi italiani.
Ci sono pagine che fanno rabbrividire e altre che muovono alla commozione, ma su tutto emerge chiara l'insensatezza di un conflitto come risoluzione dei problemi.
Non ha forse il carisma di "Niente di nuovo sul fronte occidentale", più romanzo, per quanto stupendo, ma riesce a delineare con un'efficacia incredibile il quadro di una guerra crudele e le fasi del disgregamento di quello che fu il grande impero austro-ungarico.
Per quanto ovvio, nel descrivere gli eventi si avverte lo spirito di parte, ma non trascende mai e, soprattutto, non stravolge le verità.
Per gli appassionati di storia della prima guerra mondiale sono dell'idea che questo libro sia imperdibile.
Guerra sulle Alpi 1915-1917 - Fritz Weber
Fritz Weber, che durante la Grande Guerra combatté dall'altra parte, cioè fu per noi un nemico, si rivela uno storico appassionato e al tempo stesso equilibrato e dotato di innata umanità.
Questo volume, che parla di gesta compiute sulle montagne, anche a quote impervie, è un commosso omaggio al sacrificio di tanti e un riconoscimento sincero del valore dei nostri soldati. Si parte così dall'altopiano di Lavarone ove effettivamente Weber prestò servizio per arrivare, un po' più in là, al Col di Lana, dove si combatté una battaglia fra le più sanguinose e che si concluse solo con l'esplosione della mina che avevano predisposto i genieri italiani con un lungo e pericoloso lavoro. Emergono così figure di notevole rilievo, fulgidi esempi di uomini temprati, già famosi, ma che diventano immortali immolandosi in una guerra crudele e senza risparmio di colpi, come nel caso della famosa guida alpina Sepp Innerkofler.
Le notevoli quote a cui si svolgono i combattimenti, il freddo, la neve, il ghiaccio saranno di volta in volta alleati dell'una o dell'altra parte, anche se alla fine l'unico vero vincitore sarà la natura. Ci sono descrizioni di notevole effetto, narrazioni di eventi che se non fossero riscontrabili avrebbero dell'incredibile, come la città nel ghiaccio della Marmolada, perforata da lunghe gallerie costruite sia dagli italiani che dagli austriaci, cunicoli che a volte addirittura si incontravano.
Resta la magia della natura a far da testimone agli orrori di una guerra fra uomini che, in altre epoche, si sarebbero invece calorosamente salutati lungo gli impervi sentieri delle Alpi.
Dal Monte Nero a Caporetto - Fritz Weber
Undici grandi battaglie sull’Isonzo si conclusero con un quasi nulla di fatto, se si eccettua la presa di Gorizia, ma con gravissime perdite e, soprattutto, con pesanti strascichi sul morale delle nostre truppe, i cui effetti negativi, unitamente a gravi responsabilità dei comandanti, si sarebbero visti in occasione della dodicesima battaglia, quella nata dall’offensiva austriaco-tedesca e che si concretizzò nella disfatta di Caporetto. Fritz Weber che durante la Grande Guerra era tenente d’artiglieria sul fronte italiano, autore di altre celebri opere come Guerra sulle Alpi (1915-1917) e Tappe della disfatta, con questo volume in cui predomina l’aspetto storico sulle vicende personali parla appunto delle dodici battaglie dell’Isonzo e lo fa con quella sostanziale imparzialità presente anche negli altri suoi due libri. Certo ha un occhio di riguardo per l’esercito imperiale, di cui faceva parte, ma non lesina giudizi negativi sulla condotta delle operazioni, né si esime da apprezzamenti sul valore del nemico; in ogni caso la sua penna è guidata da un profondo senso di pietà per chi combatté disperatamente, morendo o restando gravemente ferito, lungo quel fiumiciattolo che risponde al nome di Isonzo e che negli intendimenti del nostro Stato Maggiore avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per l’invasione dell’impero asburgico. Da un lato Cadorna mandava all’attacco frontale i suoi soldati, con conseguenti immani perdite, dall’altro Borojevic imponeva alle sue truppe di resistere a oltranza, contrattaccando ove era possibile. Questa tattica militare spiega pertanto l’elevato numero di caduti sugli opposti fronti, e senza che ci potesse essere una soluzione definitiva, perché se gli italiani non sfondavano, era altrettanto vero che gli austriaci, peraltro inferiori di numero, non potevano sperare in una vittoria determinante con una tattica d’arresto. Era una situazione di stallo, imposta dal terreno e dagli elementi contingenti, ma le cose avrebbero potuto essere molto diverse se, nei primi giorni di guerra, Cadorna avesse osato un po’, visto che il fronte austriaco era difeso da un velo di truppe; né mai al generale italiano venne in mente una mossa geniale come quella inventata da Conrad von Hotzendorf nella primavera del 1916 con la famosa Strafexpedition, fermata sì dall’eroismo dalle nostre truppe, ma soprattutto dal ritiro di numerosi reparti imperiali per essere avviati al fronte orientale onde contrastare una profonda offensiva russa, peraltro reclamata a gran voce dal nostro Stato Maggiore, messo alle strette dalla dirompente avanzata nemica sugli altipiani. Non dico che Cadorna avrebbe dovuto necessariamente attaccare sulla direttrice Asiago – Lavarone, ma ci fu più di un’occasione in cui un’azione ben congegnata in Valsugana avrebbe potuto portarci rapidamente a Bolzano e da lì al Brennero, minacciando di avvolgimento lo schieramento austriaco postato lungo l’Isonzo.
In Dal Monte Nero a Caporetto l’esperienza bellica di Fritz Weber ha un peso piuttosto modesto e a prevalere è invece la ricerca storica, a tutto beneficio della comprensione di certi eventi, fra i quali appunto lo sbandamento del nostro esercito in occasione della dodicesima battaglia, ed è importante sentire il suono dell’altra campana, la quale ribadisce l’incapacità dei nostri comandi a comprendere il senso di un’azione congiunta e manovrata di ampio respiro, che avrebbe potuto giustificare le grandi perdite con la conquista di vaste zone e con la minaccia non certo velata di puntare su Vienna. Quindi rispetto e onore per i nostri soldati e critiche, non infondate, per i nostri comandanti; per quanto concerne poi l’esercito austriaco c’è una partecipata commozione alla sorte di tanti militari di diversa nazionalità, ma tuttavia fedeli a un impero agonizzante ancor prima dell’inizio del conflitto; per i comandanti imperiali in genere c’è rispetto e anche stima, pure loro vittime di un regime morente. Per chi vuole conoscere un po’ di più la storia della nostra Grande Guerra Dal Monte Nero a Caporetto rappresenta un saggio utile e per niente greve, un’opera quindi che mi sento di consigliare anche perché dalla lettura di fatti che ci riguardano scritti da un ex nemico si possono solo trarre apprezzabili insegnamenti e ragionevoli metri di giudizio.
Canne al vento - Grazia Deledda
Canne al vento uscì a puntate dal 12 gennaio al 27 aprile 1913 su L’illustrazione italiana ed è il romanzo che completa stilisticamente il percorso iniziato dieci anni prima con Elias Portolu. Anche in questo caso l’aspetto drammatico è evidente, con la vicenda del servo Efix, che lavora alle dipendenze della famiglia Pintor, e che anni prima, per difendere Lia che fuggiva dal padre-padrone Don Zame, lo uccise durante una lite, per quanto involontariamente. Da allora vive immerso nel rimorso e praticamente dedicando la sua vita a quella famiglia Pintor la cui decadenza inarrestabile viene accelerata dall’arrivo del figlio di Lia che la riduce in miseria prendendo denaro a prestito a strozzo. Efix pensa di riscattarsi e di riscattare i Pintor andando a cercare l’elemosina durante le feste religiose sarde, ma la tragica situazione finanziaria verrà sanata solo grazie al matrimonio di Noemi, una delle sorelle di Lia, con il ricco cugino Don Predu. Si esaurisce così la missione di Efix che, ritornato al paese per le nozze di Noemi, muore proprio il giorno in cui vengono celebrate.
Le caratteristiche di Elias Portolus vengono qui riprese e perfezionate, quali la colpa, che presuppone l’espiazione, il destino, a cui è impossibile opporsi, una Sardegna arcaica, con le sue tradizioni e la sua povera gente, un palcoscenico su cui si muovono i protagonisti.
Soprattutto, però, c’è da rilevare la capacità di Grazia Deledda di utilizzare vicende locali per arrivare a una riflessione universale di grande pathos sul dolore di vivere, sull’angoscia esistenziale derivante da un destino a cui non ci si può opporre. Ancor più pregevole è poi l’ambientazione, in linea con le vicende narrate come se la tragedia potesse avere un riflesso sulla natura, oppure considerando che i paesaggi cupi e i cieli d‘acciaio hanno il loro peso nelle vite delle persone che lì abitano.
E il titolo particolare da cosa deriva? Da un’osservazione della natura, dove le canne, in preda alle folate di vento, sono come gli uomini, sferzati da un fato inesorabile che fa emergere la loro fragilità.
Semplicemente imperdibile.
Un gatto attraversa la strada - Giovanni Comisso
Le raccolte di racconti non hanno mai incontrato in Italia i grandi favori del pubblico e stupisce quindi che qualcuna sia riuscita a ottenere perfino premi di grande rilevanza, come lo Strega. E’ questo il caso di Un gatto attraversa la strada con cui l’autore Giovanni Comisso nel lontano 1955 ebbe l’onore di questo prestigioso riconoscimento, e non è che non avesse avuto rivali di modesto livello, perché riuscire a superare opere come I passeri di Giuseppe Dessì e Ragazzi di vita di Pierpaolo Pasolini non era certo facile.
Per quanto non si tratti di prose brevi monotematiche il narratore veneto, che oserei definire uno specialista del racconto, è riuscito a crearne 31, trasformando aspetti spesso minori della vita di ogni giorno in una letteratura dove i colori, gli odori, i sapori sono in grado di suscitare ricordi chiari, vivi del passato, in pratica un aspetto letterario basato sui sensi. Questa percezione della memoria non è fine a se stessa, ma consente di giungere ad analisi profonde, con protagonisti tutto sommato semplici di un’Italia non ancora divorata dal progresso industriale, ma avvinta tenacemente al mondo rurale. Ne scaturiscono così prose di notevole valore letterario, ritratti che sono in fondo nostalgici della provincia del nostro paese nella prima metà del secolo scorso e una narrazione che pone in primo piano, rispetto alla trama, l’aspetto emozionale dell’impressione.
Come sempre in questi casi ci sono racconti che possono più o meno piacere ed altri che proprio si distaccano da una media, peraltro elevata, per l’originalità e la capacità di coinvolgimento del lettore. Poiché non posso ovviamente per motivi di tempo e di spazio parlare di tutte le 31 prose, mi limiterò a quelle che mi sono particolarmente piaciute.
Un paese di buona gente: non è tutto oro quel che luccica e non è sempre vero che il giardino del vicino è più verde in questa storia che vede un signore di città andare in vacanza in montagna, dove tutto scorrerebbe tranquillo, pacifico e silente se non fosse per degli strani suicidi, morti che resteranno un mistero.
Il piccolo Toni: la gelosia di un bambino può arrivare anche a comportamenti quasi incredibili.
La fortuna di Rino: moglie e buoi dei paesi tuoi non è sempre vero e così può accadere che nasca un’unione felice fra un settentrionale balbuziente e una giovane meridionale.
Tre possono sembrare pochi, ma non occorre dimenticare che gli altri 28 sono di buona qualità e che nessuno mi è dispiaciuto.
Di conseguenza, non posso che consigliare la lettura di questo premiato libro di racconti.
Multiversus - Bryan Q. Miller,
L'ho letto un miliardo di volte,e bellissimo!
Una giornata nell'antica Roma - Alberto Angela
Di Alberto Angela ho già letto I tre giorni di Pompei, un saggio storico di rara bellezza, frutto della sua abilità di divulgatore che in tanti abbiamo avuto modo di sperimentare grazie ai documentari per la televisione dallo stesso realizzati. Se l’approccio con il mezzo televisivo è sempre stato ampiamente positivo, meno scontata appare la possibilità di soddisfare allo stesso modo con il libro.
Invece, anche scorrendo le pagine di I tre giorni di Pompei e di Una giornata nell’antica Roma non si può che apprezzare la completezza di queste pubblicazioni, congiunta all’importante aspetto della gradevolezza. Lo stile snello, la capacità di attrazione è la stessa che si riscontra nei suoi documentari, tanto che più facilmente, leggendo, si materializza quanto scritto, con in più il vantaggio che è lasciato ampio spazio alla propria fantasia.
Penso che sia del tutto naturale sapere come si vivesse nella Roma imperiale, nel caso specifico all’epoca di Traiano, anche perché è immediato il confronto con l’epoca attuale, tanto che sono possibili verificare le coincidenze e ovviamente anche le divergenze. Non si tratta di fare una scialba osservazione della vita degli antichi romani, in una sorta di Grande Fratello dell’epoca, si tratta invece di capire l’origine di usi, di abitudini odierne, di scoprire un mondo lontano, ma non per questo primitivo.
Come vivevano, dove vivevano, come era la giornata tipica, distinguendo fra i ricchi patrizi e i poveri plebei, insomma un documentario su carta di un viaggiatore del XXI secolo che ha la possibilità di aggirarsi in incognito nell’Urbe del I secolo dopo Cristo.
In una città di oltre un milione di abitanti, la più grande di quelle del mondo conosciuto all’epoca, il visitatore comincia la sua giornata all’alba, anzi un po’ prima, quando c’è chi per lavoro si alza che ancora fa buio. Camminare per le vie non è facile ed è pericoloso, perché salvo rari casi non c’è illuminazione pubblica, e nell’ombra così si aggirano pressoché invisibili ladri, rapinatori e assassini. Quindi è quasi d’obbligo riparare in una casa, magari in un palazzo patrizio, generalmente esteso su un unico piano e lì cogliere il risveglio dei suoi abitanti, sia che essi siano gli schiavi, sia che siano i padroni.
Ovviamente ben diverse sono le dimensioni e le qualità abitative di chi vive nelle insule, cioè nei condomini dell’epoca, che potevano alzarsi fino a 21 metri. Riservati ai meno abbienti, tranne i primi due piani, lì tutto faceva pensare a un vespaio, con condizioni di vita assai disagiate, ma anche lì c’erano dei risvegli, come a ogni alba, visto che i Romani si coricavano abbastanza presto e si alzavano di conseguenza prima. I comportamenti fra chi si levava nel palazzo patrizio e chi si alzava nel piccolo appartamento dell’insula erano sostanzialmente gli stessi, con una vestizione che di norma non era preceduta dalle abluzioni, e non perché la gente fosse sporca, ma perché, difettando spesso gli stabili di acqua corrente, si preferiva operare in proposito in una delle tante terme. Come erano arredati i locali, gli abitanti cosa indossavano, insomma mi piacerebbe proseguire, ma correrei il rischio di essere eccessivamente prolisso, oltre che di appassionare meno della scrittura di Angela, anche perché la giornata è lunga e siamo appena agli inizi. Al fine di non dilungarmi ulteriormente basta che sappiate che c’è proprio tutto, dall’amministrazione della giustizia alle attività mercantili, dalla lingua parlata al sesso, esposto in modo lieve e non pedante, un autentico gradimento per il lettore.
Ero sicuro che Una giornata nell’antica Roma non mi avrebbe deluso, quello che però non immaginavo è che mi piacesse così tanto al punto di essere presente idealmente in quel mondo, in mezzo a quella gente, sempre più curioso di conoscere, di vedere, in buona sostanza di sapere.
Le pagine, più che scorrere, corrono verso la fine del libro e della giornata, con visioni e notizie che si affastellano, con voci che sembra di udire e con ore che fuggono, anche se non è facile sapere l’ora della giornata, dati gli orologi dell’epoca, clessidre e meridiane, ma non fa niente, si segue il sole per arrivare alle ore del buio affaticati, ma estremamente soddisfatti.
Da leggere, senz’altro.
Vita di Andrea Mantegna pittore - Roberto Brunelli
Andrea Mantegna, nato a Isola di Carturo (PD) nel 1431, morto a Mantova il 13 settembre 1506, di professione pittore. Scritto così sembrerebbe parte della carta di identità di un uomo qualsiasi, magari eccellente e pure di successo, ma quel pittore da solo non rende onore e merito a uno dei più grandi artisti che siano apparsi sul pianeta, grande per la tecnica innovativa, grande perché le sue opere, che ci sono pervenute solo in parte, denotano un estro creativo che potremmo definire, tanto è elevato, addirittura divino. Se conosciamo Andrea Mantegna attraverso i suoi quadri e i suoi affreschi, però non molto, anzi poco sappiamo sulla sua vita. Ecco perché assume particolare valore la biografia che ha scritto Roberto Brunelli, un lavoro metodico di ricerca nel tentativo anche di correlare esperienze di vita alle opere realizzate.
Andrea Mantegna nasce a Isola di Carturo, un paesino in provincia di Padova di nessun interesse e che è diventato famoso solo perché ha dato i natali a questo grande artista. Non è di famiglia ricca, anzi, a dirla tutta, povera, con il padre che cerca di combinare per la famiglia il pranzo con la cena svolgendo l’attività di falegname. Il destino del giovane Andrea non è di andare a bottega di un pittore famoso, ma di imparare il mestiere del sarto, con apprendimento nel laboratorio dello Squarcione a Padova sito in posizione centralissima. Il padrone insegna ai giovani allievi anche i rudimenti della pittura, di cui pure si diletta e della quale è un esperto al punto che viene chiamato nelle compravendita di opere d’arte per delle stime. Per quanto sembri impossibile Mantegna, senza andare alla scuola di un pittore famoso, trova in sé una dote innata che lo porta presto a essere conosciuto e ben giudicato, al punto da aggiudicarsi un importante lavoro per la cappella degli Ovetari. Da cosa nasce cosa e ben presto fioccano gli ordini, sempre più importanti, fino alla chiamata di Ludovico marchese di Mantova per divenire pittore di corte, a cui da subito non aderirà, la sciando passare un po’ di tempo prima del fatidico sì, anche per ultimare i lavori già intrapresi.
Ludovico per aggiudicarselo fu prodigo di onori e prebende, al punto di accogliere la richiesta dell’artista di poter fruire di un titolo nobiliare e così Andrea Mantegna poté fregiarsi del titolo di conte. Il poter beneficiare di un rapporto di lavoro privilegiato e duraturo fu indubbiamente benefico per il pittore che riuscì così a esprimere con tranquillità e al meglio la sua arte, ma non è da credere che tutta la sua vita sia stata facile, soprattutto verso la fine, quando fu caratterizzata da consistenti difficoltà economiche e dall’apparizione di nuovi pittori orientati verso un classicismo più accattivante, così diverso dal suo particolarmente austero. Insomma, come sempre accade, al vecchio subentra il nuovo e chi resta ancorato a un certo stile che ha così praticato a lungo vede sfumare la sua fama, piano piano offuscata dalle nuove leve. Infatti nessuno dopo la sua morte ebbe a seguire la sua visione pittorica, fatta eccezione per il Correggio almeno da giovane e che, non a caso, decorò la cappella funebre del Mantegna in Sant’Andrea.
Degli eredi, cioè i figli, peraltro numerosi, solo i maschi seguirono le orme paterne, senza però mai eccellere.
Le opere realizzate sono di grande notorietà, prima fra tutte la Camera picta, cioè la camera sita nel castello di San Giorgio, meta di visita di tanti appassionati. E poi quel capolavoro del Cristo morto, che è possibile vedere a Brera, in cui prospettiva mirabile e realismo eccezionale danno vita a un quadro perfetto e di grande suggestione. Ovviamente ci sono altri dipinti, in notevole numero e tutti di grande pregio, ma in questa sede per brevità ho indicato solo i più noti.
La biografia che ha scritto Roberto Brunelli non è corposa, contando solo 96 pagine, ma è stata ben strutturata così che è possibile avere descritta tutta la vita del celebre pittore con la citazione anche delle sue opere, con un lavoro di sintesi che fa sì che non ci sia né una parola di troppo, né una di poco.
E’ quindi più che evidente che ne consigli la lettura.
Assalto alla fortezza - di Bernard Cornwell
Ecco un altro episodio della serie con protagonista Richard Sharpe, il terzo per l’esattezza, l’ultimo di quelli ambientati in India, imperniato sulla conquista della fortezza di Gawilghur, sempre ritenuta imprendibile. Se alle fasi concitate dell’assedio e della battaglia è dedicata la maggior parte delle pagine, altre sono invece riservate ai contrasti esistenti con il crudele sergente Obadiah Hakeswill, che nei primi due episodi il nostro eroe aveva tentato inutilmente di sopprimere. Da semplice soldato promosso a sergente e poi a sottotenente per meriti sul campo Sharpe sembra dare il meglio di sé in battaglia, allorché si trasforma in una vera e propria macchina da guerra, dimostrando anche un acume fuori dal comune e un innato senso tattico. Benché non sia contento per la promozione a ufficiale, poiché i suoi pari grado lo snobbano, tuttavia è un uomo prezioso e di questo è ben consapevole il generale Wellesley, il futuro duca di Wellington, che non esita ad avere un occhio di riguardo nei suoi confronti. Dove un intero battaglione di truppe ben addestrate non riesce a passare interviene lui e decide le sorti dello scontro, insomma Richard Sharpe è un personaggio che potrei definire un Rambo ante litteram, un individuo che è meglio non avere come nemico.
L’abilità narrativa di Cornwell è indubbia, sia per la creatività veramente notevole che per la capacità di descrivere cinematograficamente scene di battaglia, in cui il lettore si immerge volentieri.
L’autore non cura in modo particolare la psicologia dei personaggi, tutto preso dallo sviluppo della trama, ma in fondo va bene così, perché le opere di Cornwell come romanzi d’evasione sono senz’altro più che riuscite.
Batman - di Bob Kane
Non è adatto a tutti.
Ci sono scene un po' cupe.
Soprattutto l'ultima storia.
L'ho consiglierei dagli 8 anni.
Boy - Roald Dahl
Penso che sia il libro più bello di Roald Dahl.
Ha una trama molto semplice adatta a tutte le età.